SP100

   Non so in qual parte gli occhi miei son volti

ch'a lor mal grado piango e son contento,

e vo cercando quel de ch'io pavento,

vorrei dolerme e non so chi m'ascolti.


   O pena dolceo pensier' sani stolti,

che non fermate ov'è vostro talento,

che la vela percuota un sol vento

 che da tanti dubi siati sciolti?


   Io non so ch'io vorrei  quel ch'io voglio,

ch'un disio vuole e con altro reprendo,

e stringome con cento e nulla premo.


   Me stesso ofendo e pur d'altrui me doglio,

e possendome aitar non me difendo,

ardo nel ghiaccio e tutto avampo e tremo.


Testimoni:
g
      Bd, f. 140r: /dellib(ro)/ de laffrica
      g1
            AD356, ff. 95v-96r
            g
2
                  Cp392, f. 145r: No(n) de M. F. P. [a.m., mrg.]
                  g3
                        Tou2102, f. 128r
                        V4784, f. 122v-123r

Bibliografia: Solerti, Disperse, pp. 175-76; Vattasso, Cod. petr. Vat., p. 184; Vattasso, Otto sonetti, p. I.

Schema metrico: Sonetto ABBA ABBA CDE CDE

      Tradito dal solo g, questo sonetto è assemblato su tessere di Rvf 132, S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?, e Rvf 134, Pace non trovo, et non ò da far guerra, rime petrarchesche dalla precoce amplissima fortuna, persino tradotte in latino dal Salutati (qualche elemento condivide anche di Rvf 118); ma con un montaggio non pedissequo e un’aemulatio originale dal risultato persino felice.
      Al v. 5 Vattasso, Cod. petr. Vat. e Solerti emendano sani, su cui concordano tutti i manoscritti, in sa[v]i. L’eziologia è quanto di più facile si possa immaginare, e savio, non sano, è in effetti il lemma che comunemente si trova contrapposto a stolto come suo contrario. Tuttavia l’espressione pensieri sani (a non parlare degli intelletti sani di Inf. XI 61) trova svariate attestazioni in poesia (Boccaccio, Teseida, L. 10, ott. 24, v. 6; Mino d’Arezzo, Io son diletto, vv. 31-32; Jacopo del Pecora, Fimerodia, L. 1, cap. 3, v. 81; L. 3, cap. 13, v. 31) come in prosa, e l’intervento non pare perciò necessario: si ritorna dunque a sani, come già in Vattasso, Otto sonetti.
      Allo stesso v. 5, non è banale la scelta fra cui i manoscritti si dividono, «sani e stolti» vs «sani stolti». Essendo la congiunzione presente in Bd, che rappresenta un intero ramo, più Cp392, che appartiene all’altro, «sani e stolti» sarebbe a rigore la lezione promossa dallo stemma. E nonostante ciò è evidente che il passaggio dalla variante sindetica a quella asindetica non sia spiegabile se non come omissione pura e semplice, mentre quello inverso sia un riflesso condizionato, un automatismo (lo dimostra appunto la lezione di Cp392, contraria al suo gruppo g1). Alla luce di ciò si sceglie, ‘contro’ lo stemma, l’alternativa sani stolti, che risponde a una costruzione di ossimoro aggettivale ‘a contatto’, come dolce amaro oltremodo frequente proprio in Petrarca (Rvf 129, v. 21 «viver dolce amaro»; Rvf 157, v. 6 «dolce amaro lamentar»; Rvf 296, vv. 3-4 «dolce amaro / colpo»; Rvf 329, v. 11 «dolce amara vista»), d’altronde ben amalgamata nella retorica ossimorica del sonetto.
      Si accoglie, con Vattasso, Cod. petr. Vat. e Solerti, e dunque contro Vattasso, Otto sonetti, il modo interrogativo della seconda terzina, retta naturalmente da che non fermate? al v. 6. I due versi che seguono, strutturati come due consecutive una dentro l’altra, dalla sintassi maldestra – (sì) che la vela percuota un solo vento | sì che da tanti dubbi siate sciolti – non sono diversamente interpretabili, salvo voler spezzare il periodo e intendere il primo che come esortativo-ottativo: che non fermate ov’è vostro talento? Che la vela percuota un solo vento!, sì che da tanti dubbi siate sciolti.
      Qualche oggettiva perplessità suscita il v. 9, «io non so ch’io vorrei né quel ch’io voglio», con patente repetitio sententiarum. Escludo del tutto che la duplicazione sia da risolvere interpretando il primo ch’io nel senso di ch(i) io, contro il successivo quel ch’io voglio, dato che la contrapposizione sembra piuttosto giocata fra vorrei e voglio, e che la formula «non so ch’io mi voglio» è altrove attestata, chiaramente con il significato ch(e) io: Tanto di mio cor doglio [BarPad, ball. 23], v. 14. Proprio in questa poesia musicale appena citata, ai vv. 1-2, si rileva un bisticcio simile al nostro, «Tanto di mio cor doglio, | ch’i’ non so ben voler quel ch’i’ mi voglio», nonché in Niccolò Soldanieri, Perch’io di me, v. 16, «Quel che mi nuove voglio, e nol vorrei», in Petrarca stesso, Rvf 118, v. 10, «et vorrei più volere, et più non voglio», e nel noto incipit del Dondi a Petrarca, Io non so ben s’io volia quel ch’io volio. Quest’ultimo riscontro aiuta ad avanzare un’ipotesi su un possibile guasto, a monte del quale si potrebbe forse intravvedere «io non so [s]’io vorrei, né quel ch’io voglio», non persuasivo fino in fondo, ma molto pertinente con il seguito, «ch’un disio vuole e con altro reprendo». In questo v. 10 appena citato è indifferente la concorrenza fra con altro di Bd e con (o col) l’altro di g1: si segue come di consueto Bd, la cui lezione è qui confortata dall’impressione che quello che riprende non possa definirsi il pensiero, ma un pensiero indeterminato, se subito dopo se ne menzionano altri cento.
      Si conserva la forte dialefe fra atone che la vela percuota ˇ un sol vento al v. 7, che sarebbe facilmente correggibile, come fa Cp392, in sol[o].
      Arbitraria la scelta di Solerti al v. 4, che ritocca «vorrei dolerme» in «e vo’ dolermi», allineato analogicamente su «e vo cercando» del verso anteriore, ma senza il conforto di alcun testimone.
3 quel] quel/o/ Bd
4 vorrei] et uo(r)rei V4784 ~ m’ascolti] ma/s/scolti Bd
5 sani stolti] sani e stolti Bd Cp392
7 percuota] percuote V4784 ~ sol] solo Cp392
8 dubi] dubi/i/ Bd ~ siati] fiati Cp392
10 con altro] con laltro (collaltro Cp392 Tou2102) g1 ~ reprendo] riprende Tou2102
11 me con cento] mio concepto Tou2102 ~ e nulla] et et (bis) nulla V4784 ~ premo] preme Tou2102
12 ofendo] o/f/fendo Bd ~ doglio] do/l/glio Bd
13 aitar] actar Tou2102 atar → intl. (t) V4784