SP182

   O bestiuolache già fusti in pregio

tanto che tu honoravi altrui e te,

ora te veggio (e non saccio 'l perché)

invidovata di tal previlegio;


   solevi di virtù esser un fregio

e ad altrui davi de te piena .

Dehquando in V serà tornato il De

di color ch'alchimeggian tuo collegio?


   Non era già solempnità  festa

ove non fosse il tuo bel griso e 'l bianco

hornando solo a' cavalier' la testa;


   ora ti porta quel che siede al banco,

e l'una a l'altra femina te presta:

troppo receverai magiur onta anco.


Testimoni:
g
      bd* (Bd, f. 55v: Scriue del uaio [a.m., mrg.]; Gamb93, f. 33r);
      g1
          AD356, f. 39r-v
          g2 (Cp392, f. 54r-v: Idem [= No(n) de Mes(ser) F(rancesco) P(etrarca)] [a.m., mrg.]; Tou2102, f. 52r).

Bibliografia: Solerti, Disperse, pp. 237-38; Sberlati, Nuda filologia, p. 523.

Schema metrico: Sonetto ABBA ABBA CDC DCD
      Non sarebbe così ovvio, senza la glossa in margine a Bd, riconoscere che l’autore del sonetto «scrive del vaio», la pelliccia di color griso e bianco che adornava l’abbigliamento di cavalieri, giudici, dottori, notabili, ma la cui diffusione presso strati sempre più ampi di nuovi ricchi suscitava qualche rimostranza: si veda per esempio Bindo Bonichi, Non creda alcun, quand’ode dir canaglia, vv. 7-8, ma soprattutto affine a questo sonetto – come richiama Solerti – è quello anonimo Io mi lamento e doglio e son il vaio (Merkel, Come vestivano, pp. 55-56). Rispetto tuttavia a quest’ultimo, ove il vaio si presenta e lamenta in prima persona lo scadimento del suo pregio, o a una superficiale reprimenda quale Tal è che porta indoso gli ermelini di Antonio Beccari, O bestiuola pare assumere meno generiche implicazioni anti-‘democratiche’ quando al v. 7 auspica un giorno in cui in V serà tornato il De. In tale luogo, Solerti, che non riusciva e non poteva riuscire a spiegarsi la lezione di Gamb93 (de quando in usera tornato ilde), congetturava quando ’n voi serà tornato ’l de’, segnalando con un sic l’apparente nonsense. Con l’allargamento del testimoniale, il sostegno di Cp392 (in ·V· ... il ·d·), AD356 (in ·V· ... ’l de) e Tou2102 (in ·V· ... il ·de·), che mostrano di avere ben chiaro il senso del passo, rende facile comprendere che oggetto della polemica è l’eccessivo allargamento della base sociale dei collegi, di cui si auspica una riduzione del numero di membri da cinquecento (D) a cinque (V, da leggersi [u] secondo l’alfabeto medievale). Mi sembra per inciso che il caso sia rappresentativo delle difficoltà metodologiche poste da un contributo come quello di Sberlati, che, ricorrendo al solo Gamb93 e ignorando il resto della tradizione (ma in questo caso in verità non intenzionalmente, dacché il testo non gli risulta altrimenti attestato), mette a testo de quando in sera tornato il de.
      Accertata così la lezione genuina, i dubbi si spostano sulla precisa identificazione del collegio in questione, definito tuo, cioè “del vaio”. L’ipotesi più lineare, che si tratti di un collegio di giudici e dottori, si può escludere non solo perché per un simile organismo il numero di cinquecento sarebbe spropositato anche con beneficio d’iperbole, ma soprattutto perché le terzine rendono chiaro che lo strato sociale bersaglio dell’attacco sia un altro, anzi sia opposto, vale a dire i piccoli padroni (quel che siede al banco). Mi sembra lecito allora ritenere che i collegi in questione siano i grandi Consigli deliberativi della vita comunale, e che il vaio, ornamento consueto per alti dignitari e ambasciatori, possa qui essere esteso a significare le cariche politiche in generale. La previsione del sonetto sarebbe d’altro canto in linea con lo spirito dei tempi, che porterà nel corso del Trecento, contro la tendenza dugentesca, a una progressiva contrazione della composizione di tali assemblee (Tanzini, A consiglio, partic. pp. 143-45), fino a quel momento composte, in media, proprio da cinquecento rappresentanti (ivi, pp. 67-72). La cifra potrà così intendersi in modo approssimativo, ma pare preferibile e pregnante che questa tirata antidemocratica prenda di mira uno specifico Consiglio dei Cinquecento, come esistevano nel XIV secolo in vari Comuni italiani, quali Perugia, Todi, Brescia, Parma, Verona (ivi, p. 68, p. 73, e comunicazione personale dello stesso Tanzini).
      La sola altra tessera testuale in cui g si divide è quella al v. 6, dove Bd legge et daui adaltrui de te piena fe, ma poi, con marcatori b e a in interlineo, inverte l’ordine in et adaltrui daui: lo segue il descriptus Gamb93, che però passa altrui ad altri. I restanti manoscritti confermano l’ordine ‘emendato’ altrui daui, ma selezionando l’uno o l’altro dei due monosillabi in principio di verso: e(t) altrui daui, omettendo ad, da parte di AD356 Tou2102, oppure Adaltrui daui, omettendo et, da parte di Cp392. Il fatto che tutti e due siano, sia pur variamente, presenti nell’uno e nell’altro ramo di g rende una scelta sicura conservarli entrambi, ma evidentemente sanando l’apparente ipermetria con la riduzione di et a e in sinalefe: e ad altrui davi de te piena fé.
      Al v. 10, per griso, “grigio”, è solo un lapsus di lettura la variante di Solerti grifo, non attestata nel testimoniale.
2 tanto] tato AD356 ~ tu] om. AD356 ~ honoravi] honorai Tou2102
6 e ad altrui davi] et daui (b intl.) adaltrui (a intl.) Bd (et) adaltri daui Gamb93 et altrui daui AD356 Tou2102 Adaltrui daui Cp392
7 V] corr. forse su a e preced. da lettera erasa Bd
8 alchimeggian] la l su ras. di una lettera Bd
10 fosse] la o su ras. di una lettera Bd ~ bel] om. Gamb93 ~ griso e ’l bianco] riso ilbiancho con piccola croce sopra riso Tou2102