ES55

    come il cervo ne lo caldo estate

cercando va per boschi aspri e selvagi,

bramoso di trovar fontane o lagi

per conservar suo poche di giornate,


   cussì vo io cercando calle e strate

per ritrovar gli occhi gentili e vagi

nel lampegiante volto pien di ragi,

per rimidiar questa misera etate.


   Se gli occhi vostri son mia viva fonte

et al mio foco freddi più che giazzo,

perché tennerli adunque chiusi e bassi?


   Aprili un pocoe sta' con lietta fronte,

che altro piacer non so  altro solazzo

a le mie amare pene e stanchi passi.



Testimoni:
Est929, f. 67r

Schema metrico: sonetto ABBA ABBA CDE CDE
      Inglobato nel Canzoniere, è attestato unicamente da Est929, singolare testimone contenente le sole rime ‘in vita’, il cui ordine relativamente regolare e canonico inciampa, fra Rvf 152 e Rvf 153, nell’interpolazione di due testi: a f. 67r, su una stessa facciata, occorrono infatti una mediocre trascrizione di Rvf 269 – che perterrebbe in realtà alle rime ‘in morte’ – e Sì come il cervo. Certamente la collocazione adiacente dei due non sarà casuale nell’eziologia del recupero: è probabile che un copista abbia attinto da manoscritto miscellaneo Rvf 269 preceduto da un’attribuzione petrarchesca, e che questa sia stata creduta concernere anche il testo che lo seguiva, ossia il presente. Il tema del Salmo 41 (42) è infatti, certo, petrarchesco, come in Rvf 212 v. 7, Rvf 190 vv. 1-8, e in particolare Rvf 270 v. 20, ma troppo culturalmente diffuso e alla portata di qualsiasi rimatore per innescare un’attribuzione ‘tematica’ sulla scorta di tale elemento.
      La lingua del sonetto, anche prescindendo dalla patina del manoscritto e anzi più di questa, denuncia chiaramente una genesi settentrionale, perché insensibile all’opposizione scempia / geminata (lagi in rima con selvagi e ragi, nel ms. riportato a raggi) e scarsamente ricettiva anche di quella sorda / sonora in posizione intervocalica (estate : giornate : etate in rima con strate), oltre a presupporre un passaggio da affricata postalveolare a alveolare, sia pure occultato nel testimone (solazo in rima con giazzo, “ghiaccio”, ma giacco nel ms.). La tipologia di plurale lagi (“laghi”) e in rima con questo, con ogni probabilità, vagi (ma nel ms. riportato a vaghi), si trova poi attestata nel corpus OVI in emiliano, veneto eug.>umbro-march., veneziano, tosc.-padov. e padovano (oltre a lagi e vagi svariati casi di dragi “draghi” e agi “aghi”; mentre è ovviamente un caso a sé magi), cosicché il cerchio sembra restringersi all’area padano-veneta. È meno significativa la scrizione gia- per ghiaccio, che essendo fuori rima potrebbe spettare al copista, e comunque non necessariamente avere sostanza fonica, senza contare che di essa si trovano occorrenze anche in Toscana (dal corpus OVI gia-ccio nella Fiorita di Armannino, nelle Rime di Cavalca, nel Trecentonovelle di Sacchetti).
      Muovendo dalla fonetica alla morfologia, è degno di menzione estate maschile, di cui si trovano molto scarse attestazioni quattrocentesche, nel Libreto de tutte le cosse che se magnano di Michele Savonarola («d’inverno non se debono manzar cosse leziere e de poco nutrimento, né herbazo, ma cosse solide e di nutrimento bono e assai, il perché il caldo naturale è cussì più forte ne tal tempo e in lo estate el contrario»; «Ma dice Galieno che a putti non se ge dè al tutto tore il bevere del’aqua freda, ma spesso beva sopra el cibo nelo estate»; sempre più frequenti le attestazioni, nei secoli successivi, fino al XIX), ed è significativo e dirimente che ci troviamo ancora fra Padova e l’Emilia.
      Infine l’uso non propriamente partitivo di pochi / poche di al v. 4 è raro, ma anch’esso conta nondimeno diversi esempi: Egidio Romano volgariz., L. 1, pt. 2, cap. 18 - pag. 55, r. 28: «e perciò che natura è di poco appagata, e poche di cose bastano ad una persona, sed elli avviene che uno uomo abbia grande abbondanza di ricchezze, sed elli non le ordena ai beni delle altre genti, le sue ricchezze sono vane ed oziose»; Fatti dei Romani (H+R), [Luc. IX] (R) 76 - pag. 502, r. 8: «Al didietro uscirono di questo sabione e cominciarono a trovare la terra ferma e dura, e a vedere alberi e boschi con poche di foglie, ché di verno iera»; Orazioni di Cesare e Catone (red. alfa), II [Tes., III.37] - pag. 123r, r. 31: «e ssì come voi vedete, pochi di malfactori distrugieno una gran torba di buona gente».
      Il testo tradito non richiede interventi, se non, alla luce di quanto detto finora, la normalizzazione della rima, certamente perfetta nell’originale: rispetto al manoscritto, dunque, 6 vaghi > vagi; 7 raggi > ragi; 10 giacco > giazzo; a proposito di quest’ultimo caso, si noti che giazzo in rima con lazzo è nel ferrarese Antonio Beccari, canz. 8, v. 40.
6 vagi] vaghi
7 nel] La N sovrasc. su altra lettera, forse T ~ ragi] raggi
10 giazzo] giacco