ES15

   Vòto di speme e d'ogni dubbio carco

è 'l chiostro dove mia alma si serra;

nemici forti a dar suo muro in terra

per prenderla e condurla a mortal varco,


   lasso!, Amore armaa una parte l'arco

di quelle luci che mmi mosser guerra,

el colpo delle qual giammai non erra

che con piaga non facci lor travarco;


   et Vergogna e Timore àn per ispade

le lingue equesto e quel' dell'altro canto,

mi chiudon d'ogni ardir tutte l'extrade,


   col rimedio che par ch'alleggi alquanto

gli altri dogliosi (che dogliendo aggrade):

tolto è a me con li altri far compianto.



Testimoni:
LS178, f. 61v [attribuzione implicita]

Bibliografia: Debenedetti, Per le disperse, p. 104; Pulsoni, Per uno studio; Pulsoni, Drez et razo, pp. 298-300.

Schema metrico: sonetto ABBA ABBA CDC DCD

In seguito al rinvenimento del pur lacunosissimo Ra430, che ha sottratto ES03 (Non veggio oma’ rimedio alla fedita) al novero degli unica, questo sonetto rappresenta il solo testo ad essere tramandato esclusivamente da LS178.
Pur in assenza di rubrica, la collocazione entro un’amplissima silloge inorganica di Fragmenta, incardinato tra Rvf 276 e Rvf 204, ne sancisce, come per altre «disperse» presenti nel codice, l’attribuzione implicita, tanto più una volta che il copista principale, che ha esemplato anche il sonetto qui edito, si preoccupa di pronunciarsi con decisione su alcune necessarie estromissioni dal corpus petrarchesco, annotando «no(n) e dimess(er) francesco», e qualche volta proponendo certificati di paternità alternativi.
La qualità testuale, come già in ES03, risulta impeccabile, e come in quel caso il testo era già stato pubblicato criticamente da Debenedetti; per questo sonetto, tuttavia, le scelte interpuntive del precedente editore, che sono specchio della sua interpretazione sintattica e dell’esegesi del testo, sono meno persuasive. Di questo stesso testo una nuova edizione ha proposto Carlo Pulsoni, la prima volta in forma diplomatica (Drez et Razo, p. 298), la seconda in forma critica (Rime e serie rimiche, p. 29), apportando alcune migliorie al testo offerto dal primo editore. Rilevanti sono inoltre le considerazioni sulla possibile paternità petrarchesca enunciate dallo studioso (che nel secondo intervento riformulano e ampliano quelle esposte già in Pulsoni, Drez et razo), sulle quali si tornerà più oltre.
Dal punto di vista della lettura trascrivo 8 facci, come già Debenedetti (facti Pulsoni): si è stati incerti se leggere piuttosto faca (= facia), dato che nel tipo di bastarda su base cancelleresca impiegata dal copista è facile lo scambio -cci / -ca, ma da uno spoglio sistematico del codice si deduce che la mano principale della prima sezione impiega sempre la -i- diacritica per segnalare la palatalizzazione di -c- e -g- davanti alle vocali a e o. Come già Debenedetti e Pulsoni si legge 2 è ’l. Al v. 11 il sintagma lextrade viene invece sciolto, diversamente dai due precedenti editori, come l’extrade (le xtrade Debenedetti, Pulsoni), dando a e- valore di prostesi, come invitano a pensare la scriptiones eixdegno (e isdegno), dexto (diexto con i espunta: d’esto) a f. 36v del medesimo codice. Data l’esiguità del testimoniale si rende qui conto anche delle scrizioni soprannumerarie che sono state adeguate alle misure prosodiche dell’endecasillabo, già rese note puntualmente dai precedenti editori: 3 dar (< dare); 7 qual (< quali: Pulsoni non espunge la vocale finale, forse per rendere con più fedeltà e chiarezza il rapporto con la variante marginale della qual); 8 lor (< loro, ma con vocale finale espunta già dal copista); 11 ardir (< ardire). Non necessaria, come implicitamente riconosciuto già da Pulsoni, l’espunzione 2 Amor (Debenedetti), data la possibilità di sinalefe con arma. Imprecisa anche la lettura di Debenedetti 10 quello: il testimone legge infatti quell, con una geminazione che vuole forse indicare l’imbarazzo nell’apocope del femminile; si pone a testo la forma quel’, con apostrofo, per distinguerla dal maschile.
Il sonetto, scandito su un brevissimo periodo sintattico di due versi al quale il successivo si lega annodando tutti i successivi entro una sola orditura, sviluppa il topos dell’assedio d’Amore, che annovera tra i precedenti romanzi illustri il Roman de la Rose, 1681-1693 e la sua relativa parafrasi nel Fiore, (I, Lo Dio d’Amor con suo arco mi trasse), fino a due celebri testi esordiali petrarcheschi, Rvf 2 e 3. Nella complessità della trama, i legami sintattici si fanno un po’ incerti, e può sorgere qualche dubbio interpretativo che si cerca qui di fugare.
Nel secondo periodo, si propone di interpretare 5 arma come verbo principale, avente soggetto Amore e oggetto nemici (v. 3); nello stesso v. 3 si segnala anche il sintagma forti a + verbo, costrutto ben documentato col valore di ʻcapaci di (fare qualcosa)ʼ (cfr. TLIO, s.v. ʻforte (1), 3.4): ʻLasso! Amore arma nemici capaci di abbattere (a dare… in terra) le sue mura (= del chiostro dell’anima), per catturarla e portarla alla morteʼ. Diversamente Debenedetti poneva punto fermo dopo mortal varco, creando due periodi giustapposti non particolarmente perspicui nel significato. Notevole che la dialefe d’eccezione tra arma e a al v. 5 sembri confermare la necessità di una pausa non solo prosodica, ma sintattica. A partire dal secondo emistichio di questo verso si specificano infatti le identità e l’equipaggiamento dei nemici: da una parte gli occhi di madonna; dall’altra (v. 10 dall’altro canto), rappresentati in una prosopopea caratteristica di questo tipo di testi, Vergogna e Timore, che sono armati con la maldicenza (10 le lingue).
Al v. 2 la metafora del chiostro, che funge da soggetto dei primi due versi, raffigura genericamente una ʻcinta di muraʼ (come documentato dal TLIO, s.v. 5.1) che topicamente individua l’immagine tradizionale (Boeth., Cons. Phil., IV, m. 3, 34 «Intus est hominum vigor | arce conditus abdita») della fortezza della ragione, ben diffusa anche in volgare. Per rispettare il parallelismo che si stabilisce tra le armi dei nemici, è opportuno interpretare 5-6 l’arco | di quelle luci come un complemento di materia, con immagine simmetrica alle ispade fatte di lingue (vv. 9-10), che saranno ovviamente in questo caso le ʻcalunnie, malelingueʼ.
Un po’ d’incertezza suscita l’accordo e l’ordine dei dimostrativi al v. 10 questo e quell: malgrado non si dia normalmente il caso dell’apocope del singolare femminile, il fatto stesso che il copista segni il pronome con l geminata suggerisce la possibilità di interpretare i due elementi rispettivamente con Timore (questo, l’ultimo nell’ordine della coppia) e Vergona (quel(la)): l’alternativa sarebbe di correggere questa e quel, ma la struttura della deissi logica risulterebbe in tal caso contraddittoria; più prudente è seguire il testo tràdito.
Fragile, e perciò di non semplice interpretazione, è il legame sintattico cui si sottopone l’ultima terzina. L’ipotesi più convincente è che col rimedio attui la sua funzione comitativa avendo nuovamente (come già d’ogni ardir) a suo verbo reggente chiudon… l’extrade, ʻrendono impraticabileʼ (TLIO, s.v. ʻchiudereʼ, 5.1; 5.6; 5.6.1): ʻ(Vergogna e Timore) chiudono le strade d’ogni ardire, insieme (a quelle) del rimedio […]ʼ. Ma la costruzione del periodo è ardua anche per quel che segue. Si propone di interpretare che dogliendo aggrade come una parentetica, ʻche con l’atto del dolersi procura sollievoʼ (aggrade varrebbe qui dunque come indicativo, ammissibile su una concordanza di Nadal, Leandreride, L. 4, c. 16, 63: «Tersicorè, se alquanto ora mi trade | la lira sua meliflua e le sue corde | se lasciarmi tocare ora gle agrade, | forse che non saran mie voci lorde») e racchiudere in un’unica frase il v. 12 con il primo emistichio del v. seguente, interpretando dunque gli altri dogliosi come oggetto di alleggi. L’interpretazione incidentale del secondo emistichio del v. 13 sembra peraltro trovare conferma nei segnali di natura paragrafematica del manoscritto, essendo il periodo racchiuso tra due barre oblique. Come giustapposizione asindetica che richiama solo ad sensum il verbo reggente si interpreta invece la clausola finale 14 tolto è a me con gli altri far compianto. I versi conclusivi si potranno dunque parafrasare ʻ(Vergogna e Timore) chiudono le strade d’ogni ardire, insieme a quelle del rimedio che sembra confortare le altre persone avvilite dal dolore (le quali, in questo caso, dolendosi traggono sollievo): mi è tolta la possibilità di sfogare con altri afflitti il mio doloreʼ. Per la frase incidentale non è comunque da escludere piuttosto un valore consecutivo (Salvatore). L’uso sostantivato di dogliosi (su cui cfr. TLIO, s.v. ʻdogliosoʼ, 3) ha un esempio già tra i Siciliani (Arrigo Baldonasco (ed. Panvini), 1, 65 «Ma perdono i dogl[i]osi, | quel c’àn da lor partito»), ma la sua sopravvivenza trecentesca è protratta da Antonio da Ferrara, 10, 63: «Ancor son più dogliosi, | che vegion la virtù cacciar al fondo»).
Il v. 8 che con piaga non facci lor travarco ha suscitato qualche perplessità in Pulsoni, Rime e serie rimiche (anche per una lettura, a nostro giudizio inesatta, di facci, vedi supra), tanto da obbligarlo a porre le cruces. Si si propone qui di interpretare il complementatore che introduce la frase come un che consecutivo. Il sogg. della frase è el colpo del verso precedente e la doppia negazione che si collega al verbo da esso retto (giamai non erra… che non facci…) ha valore affermativo (ʻnon erra mai… talché fa sempre…ʼ). La voce travarco ha qui il significato di ʻbrecciaʼ (è il tema dello sguardo che come una freccia ferisce e giunge fino al cuore, e che annovera un illustre precedente in analogo contesto bellico, prima che in Petrarca, in Cavalcanti, Rime, 13, 1 «Voi che per li occhi mi passaste ’l core»), valore che sembra ignoto ai repertorî ma che ha la conferma di un’attestazione di Boccaccio nella quale il verbo ʻtravarcareʼ assume il significato semplice di ʻpassare, attraversareʼ, confortando l’ipotesi e permettendo un apprezzabile recupero lessicografico (cfr. Boccaccio, Argomenti, Par. I, 10, p. 251«E mentre avanti cantando travarca, | de’ segni della luna fa quistione»). Si costruirà dunque: ʻ (il colpo delle quali) non manca mai (giammai non erra) di far breccia per quegli occhi (lor) con una piagaʼ. Alternativa meno probabile è che si sia anche in questo caso davanti a un’ulteriore parentetica, questa volta con funzione ottativa: ʻpossa (il colpo) non non ferirmi, facendo breccia agli occhi (lor)ʼ.
Da segnalare la lezione che al v. 7 figura a margine come alternativa a delle qual: della qual. Piuttosto che come variante sostitutiva, dato il necessario accordo con il plurale luci, bisognerà spiegarla come un’incertezza di lettura, che le difficoltà sintattiche del testo possono aver reso insolubile per il copista.
Spinosa è soprattutto la questione attributiva. Con molta cautela Pulsoni sembra propendere per la possibilità che il testo appartenga effettivamente al Petrarca, anche sulla base dell’identità rimica tra la fronte di questo sonetto e quella di Rvf 36. A caldeggiare l’attribuzione sarebbe d’altra parte anche l’autorevolezza tradizionalmente (e non ingiustamente) attribuita al testimone entro la tradizione del Canzoniere. Tuttavia è anche evidente che nella disorganica silloge di LS178, materiali non petrarcheschi sono confluiti, indistinti, tra serie dei Fragmenta, talché il responsabile dell’allestimento della prima sezione del codice, come si è visto, si è impegnato in più di un caso nel tentativo di riconoscere e delegittimare queste intromissioni: non si può però escludere che in questa operazione più di un testo sia sfuggito all’espurgazione, ed è dunque difficile porre fede a testimonianze così sporadiche e prive di ulteriore supporto. D’altronde il pesante scheletro di reggenze verbali che tiene unito il sonetto (tutt’altro che spregevole, malgrado ciò), la faticosa cesellatura per mezzo di giustapposizioni sintattiche, il gusto attardato per una raffigurazione allegorico-morale non sufficiente nobilitata da richiami alla classicità, sono difficilmente immaginabile anche per un Petrarca alle prime prove, talché semmai l’identità di testura rimica tra le quartine di questo e quelle del sonetto petrarchesco che Pulsoni ha segnalato, possono far pensare piuttosto a un imitatore tardivamente venuto a conoscenza della poesia petrarchesca. Non mancano infatti tessere interpretabili come ricordi del Canzoniere (l’argomento, comunque, è reversibile: per un sostenitore della paternità potrebbe parlarsi di recuperi memoriali ʻd’autoreʼ): al v. 6 di quelle luci che mmi mosser guerra sembra risentire di Rvf 220, 13 («di que’ belli occhi ond’io ò guerra et pace») e ancor di più di Rvf 107, 2 «sì lunga guerra i begli occhi mi fanno». Allo stesso modo, l’immagine dell’arco delle luci riprende un’idea di Rvf 87, 1-8 e Rvf 270,76-77; così come l’auspicio che gli occhi non facciano breccia (v. 8) richiama come possibile ipotesto, in parte rimodulato, Rvf 3, 10 «Trovommi Amor del tutto disarmato | et aperta la via per gli occhi al core | che di lagrime son fatti uscio e varco» (notevole in questo senso varco, impiegata in sede di rima, che travarco potrebbe richiamare). Dato che si è fatto ricorso ad alcuni loci del Canzoniere, è opportuno segnalare come anche, in generale, il contesto di accerchiamento possa richiamare Rvf 274, 1-4 «Datemi pace, o duri miei pensieri: | non basta ben ch’Amor, Fortuna et Morte | mi fanno guerra intorno e ’n su le porte, | senza trovarmi dentro altri guerrieri?». Senza ulteriore conferma da parte della tradizione la paternità petrarchesca non può che restare dubbia.
7 delle qual] vel della qual marg.