ES25

   I' cerco pace e non truovo conforto,

e vo fugendo martempeste e onde,

e ò seguito il vento alle seconde

pur per andare al disiato porto,


   e quand'i' vegio il mio cammin più corto,

surge vento contrario all'altre sponde,

rompe le velee quasi il legno infonde,

 vivo mi par esser  anco morto;


   truovomi in alto marsanza governo,

percosso d'ogni partee vo voltando,

chiamando  PacePace ad alta bosce:


   pace non truovoe paxa state e verno,

ma pur non finiròsempre chiamando

el nomme di colei che ssì me cosce.



Testimoni:
AD4, f. 317v: Sonetto fatto p(er) mess(er) franc(esc)o [marg.: (om.)]

Bibliografia: Pasquini, Codice Scarlatti, p. 364.

Schema metrico: sonetto ABBA ABBA CDE CDE

Più attenta del solito, la trascrizione di Filippo Scarlatti necessita per questo sonetto di un solo aggiustamento: stante la rima E: bosce (v. 11) / F: machora (v. 14), secondo uno schema di sirima che non risulta contemplato dalla nostra tradizione lirica (cfr. lo spoglio dei terzetti irregolari in Biadene, Morfologia, pp. 41-42), sembra legittimo emendare il testo ricostruendo me cosce, ʻmi fa soffrireʼ (abbondantemente documentato dal TLIO, s.v. ʻcuocereʼ, 2.4 e 2.4.1), dove è il facile postulare lo scambio me > m’a- e -ce > -ra, specie nel caso in cui a monte sussistesse una scrittura mercantesca dai tratti pesanti, come quella del copista-scrittore.
Ci si può limitare dunque a minime chiose. Al v. 3, seguire il vento alle seconde ha il valore di ʻnavigare con il vento a favoreʼ, secondo una locuz. che, sia pure solo nella forma singolare, è abbondantemente documentata dal GDLI, s.v. ʻSeconda1ʼ, 6, anche nel senso figurato. Il verbo infonde, al v. 7, che nell’italiano antico ha comunemente il significato di ʻimmergereʼ, ʻinondareʼ (GDLI, s.v. ʻInfondereʼ, 1 e 3), varrà qui necessariamente ʻaffondaʼ. Al v. 13, sembra opportuno interpretare finirò come ʻsmetteròʼ, secondo il lemma del TLIO, s.v. ʻfinireʼ, 2.
La prepotente presenza dei Fragmenta è già stata rilevata da Pasquini, che parla per il sonetto di «accademia petrarchesca», segnalando l’evidente contatto con Rvf 134 (Pace non trovo, et non ò da far guerra) – ipotesto che parrebbe coscientemente dichiarato, se dal richiamo implicito dell’incipit si passa all’esplicita citazione al v. 12 – e v’intravede «toni forse proprio trecenteschi». Dato il protratto investimento metaforico sul topos della navicula, vale la pena menzionare anche i contatti più tematici che verbali con i sonetti Rvf 189 e 235 e con la sestina Rvf 80; ma non si può trascurare neppure l’evidente ricordo della memorabile chiusa «I’ vo gridando: Pace, pace, pace» di Rvf 128, 123 chiaramente presente al v. 8 chiamando ʻPace! Pace!ʼ ad alta bosce. Supporta l’emendatio al v. 14, la ripresa della rima bosce : cosce da Rvf 23, 63 : 67 («mercé chiamando con estrania voce […] | Qual fu a sentir? ché ’l ricordar mi coce») adoperata dal Petrarca in un’analoga situazione.
12 om.marg.
14 me cosce] machora