ES59

   Ben m'aveggio che 'l troppo amar m'insegna

qual è 'l camin ch'è pien d'ogni martiro;

ben m'aveggio che per amor me tiro

fuor d'ogni via ch'allegrezza ritegna;


   ben m'aveggio che 'l troppo amar m'insegna

sempre a far cosa ond'io piango et sospiro;

ben m'aveggio che per amor †seguiro

morte acciò mille et si lei preso e degna;


   ben m'aveggio ch'i dolci capei d'oro,

la luce del bel viso e suo mortale,

per farne ciò sentirpiù meco stassi.


   poi m'aveggio chequanto più l'adoro,

per minor ben di me peggio mi vale:

assai si poria dir ch'io me ne lassi.



Testimoni:
Bo1, f. 204 [attribuzione implicita]

Bibliografia: Lamma, Il codice Amadei, p. 162.

Schema metrico: sonetto ABBA ABBA CDE CDE

Nel codice Bolognese, il sonetto fa parte dell’ultima sezione della quinta unità codicologica, ove s’individuano soltanto testi di Petrarca o di suoi corrispondenti. Dalla struttura di queste carte si deduce che esso fu considerato dall’allestitore della raccolta implicitamente attribuito all’autore dei Fragmenta.
Insanabile il guasto del v. 8 accio mille et si lei preso degna. Anche se si volesse ammettere al verso precedente un improbabile indicativo presente di prima persona seguiro da una inattestata forma analogica ʻseguerireʼ (struttura retorica del sonetto e contesto rendono infatti improbabile che si tratti di una normale 3a pers. pl. del perfetto), non è possibile proporre un senso accettabile. Non ci sono d’altra parte dati sicuri per restaurare me tiro, sul confronto della ripresa anaforica che interessa già i vv. 1-4, e che potrebbe pure coinvolgere i vv. 3 e 7, data la quasi perfetta identità tra i due (3 ben m’aveggio che per amor me tiro / 7 ben m’aveggio che per amorseguiro†). Altro non resta, dunque, che porre tra cruces la porzione di testo meno perspicua.
Alla formula più meco stassi del v. 11 va riconosciuto valore durativo: ʻsta più a lungo con me, alla mia presenzaʼ (cfr. Cavalca, Vite dei SS. Padri (ed. Delcorno), pt. 3, cap. 122, I giud. «E poi che funno partiti, quel frate ch’era co llui, e non sapea che fusse angelo, indegnato e scandalizato di quel ch’elli li aveva veduto fare, sì li disse: – Non posso patire di venir più teco»); non sembrano infatti attestate occorrenze del sintagma ʻpiù mecoʼ con significato locativo (ʻpiù pressoʼ, ʻpiù vicinoʼ), che pure potrebbe venire in mente. Il mortale del v. precedente, sembra necessariamente dover essere un ʻcorpoʼ (GDLI, s.v. 40); è tuttavia incongruo il riferimento all’io lirico (mio) della lezione tràdita, tanto più data la struttura elencativa riferita all’amata che si registra ai versi 10-11 (i dolci capei d’oro… la luce del bel viso…): poiché non sembra possibile attribuire un senso compiuto al passo, s’ipotizza l’errore polare suo > mio (condizionato dal seguente meco), intervenendo a testo.
Un po’ astrusa la costruzione del v. 13. Nell’italiano antico, specie in contesti negativi, l’uso pronominale del verbo ʻvalereʼ, ha solitamente il valore di ʻ(non) essere utileʼ (Pier della Vigna, 2, 30 «che nulla medicina me non vale»; Percivalle Doria, 3, 4 «né ’l servir non mi vale»; Guittone, Rime (ed. Egidi), son. (D.) 138, 3 «che non mi vale ditto reo, né bono»). Si possono dunque parafrasare questo e il verso precedente in tal modo: ʻpoi mi accorgo che, quanto più l’adoro, tanto più sono danneggiato (peggio mi vale) a mio detrimento (per minor ben di me)ʼ. Notevole, al v. 14, l’impiego del raro verbo denominale ʻlassareʼ, ʻaffliggereʼ (per cui cfr. GDLI, s.v. ʻLassare1ʼ) e la citazione guittoniana che sottende, di per sé possibile indizio della vetustà del reperto: «Dolor più ch’altro forte, | e tormento crudele ed angoscioso, | e spiacer sì noioso, | che par mi sfaccia lo corpo e lo core, | sento sì, che’l tenore | proprio non porea dir; per ciò me lasso».
Sul piano prosodico si segnala il ritmo a maiore del v. 3, con accento su preposizione normalmente atona (per il fenomeno cfr. Beltrami, Incertezze).
10 suo] mio