SP077

   Io son  vago della bella Aurora,

unica figlia di quel che l'aloro

nobilitò in prima per coloro

che ver' lui corse e vòl corere ancora,


   ch'io me sento mancare a ora a ora

 li mei spirti ch'io mi descoloro

e dico Lassoben veggio ch'io moro

per questa bella che non s'ennamora.


   Ma se Pean tosto no me spira

del suo valorcontra a tal donna altiera

per cui rete d'amor mai non se tira,


   convien ch'i' entri del tucto in la schiera

de Dido et de Fellisle qual con ira

spensier di questa vita lor lumiera.



Testimoni:
r
     L41.2, f. 47rb: M.F.P. [attribuzione collettiva a f. 47ra];
     r*
          Am119, f. 122v;
          Bc
               Bart, M(esser) francescho Petrarcha [attribuzione collettiva];
               Bo1(2), f. 52r [attribuzione implicita];
               Bo1(5), f. 177v: Petrarca

Bibliografia: Solerti, Disperse, p. 162; Barber, Disperse, p. 28; Carbone, Corona, p. 57; Ferrato, Raccolta di rime, p. IV; Salvatore, Le rime disperse, pp. 103-105.

Schema metrico: sonetto ABBA ABBA CDC DCD

L’errore del v. 9 prometeo, da cui deriva il prometto della tradizione cinquecentesca (corretto nell’interlinea dal Beccadelli senza che il suo intervento sia recepito dagli altri derivati della sua fonte), accomuna sotto r* Am119 e l’antigrafo della tradizione cinquecentesca (Bc). Esso sembra spiegabile a partire dall’altrettanto erroneo Penneio, irricevibile per il senso, dato che questi è il dio fluviale padre di Dafne, che nulla ha a che fare con l’ispirazione poetica apollinea: è chiaro infatti che a spirare | del suo valor (vv. 9-10) il poeta deve essere Apollo, che con lui condivide la passione per l’aloro (v. 2). Si propone dunque di restaurare Pean, postulando una lettura con sillaba paragogica, frequente per i grecismi nella poesia antica, secondo la fenomenologia individuata da Migliorini, Un tipo di versi ipometri: già in Dante (Par. XIII, 25 «Lì si cantò non Bacco, non Peana, ma tre persone in divina natura») e Boccaccio (Filocolo, L. 1, cap. 29, p. 104: «Avea già, nel brieve giorno, Pean, […] trapassato il meridiano cerchio») la voce è impiegata come appellativo del dio, e una certa circolazione con tale funzione trova conferma anche nella tradizione erudita dei commenti: «[…] et ancora sì l’adora li pagani et appelalo Apolin, dal nome di Apollo, che è un deli secte nomi del sol, li quali se conthien en questi doy versi: Delius et [C]larius, Sol, Pean, Phebus, Apollo, | Titan: sunt solis hec septem nomina, lector» (Comm. Arte Am. (D), L. II [vv. 85-88], f. 57r). Postulando una fonte in cui era graficamente espressa la vocale (o la sillaba) epitetica (pea(n)ne), dopo la caduta di una a è dunque facile, dato il contesto dafneo, la trafila genealogica pe(n)ne > pe(n)neo, il quale sarà da considerarsi errore di r che L41.2 ha riportato alla forma penneio. La relazione di collateralità tra Am119 ed L41.2 trova d’altra parte conferma nell’errore caratteristico della tradizione di R328 (SP196), che accomuna i due testimoni appunto entro r (cfr. già Leporatti, Sonetti attribuiti a Petrarca, pp. 190-191), e dall’essere unici latori della coppia SP077-R328 (SP196), pur in posizione invertita. Notevole che in entrambi i casi l’archetipo si riconosca a partire dal fraintendimento di un nome mitologico. L’ipotesi alternativa, che penneio sia lezione originale, dovuta a un equivoco generatosi in un autore poco confidente con l’erudizione classica, il quale avrebbe potuto interpretare sintagmi quali fronda | peneia (Par. I, 33-34) considerando l’aggettivo un sinonimo di ʻapollineo, di Apolloʼ, non gode di una documentazione di supporto, e rappresenta dunque un’alternativa più onerosa (per la dimostrazione di un fraintendimento di questa natura in un testo del corpus, si ricordi però il caso opposto di SC027b).
L’innovazione 6 tutti i spirti (sì li mei spirti Am119 L41.2) accomuna i latori cinquecenteschi del testo, confermando l’antigrafo Bc, già denunciato dal Beccadelli stesso con la solita sigla «A» anteposta al sonetto di Bo1(2), e verificabile nella simmetrica serie testuale che accomuna Bart Bo1(2) rispettivamente ai ff. 42r-45v e 80r-88v. All’innovazione del v. 6 va affiancata anche la minore 4 Che ’n ver’ lui (Che ver’ lui Am119 L41.2). È a questo ultimo ramo della tradizione che si sono affidati i precedenti editori del sonetto.
Non turba, ai vv. 3-4, l’accordo con verbo al singolare del sogg. plurale preposto per coloro [= i poeti] | che ver’ lui corse e vòl corere ancora, fenomeno ammesso nella sintassi dell’italiano antico (cfr. Boccaccio, Ninfale, st. 8, 6 «Dïana tutte con le braccia aperte | le riceveva, pur ch’elle volesse | servar verginità e l’uom fuggire»); mentre al v. 2 è tipica l’identificazione tra Apollo e Iperione (padre dell’Aurora, cfr. Ovid., Fas., 5, 159 «Postera cum roseam pulsis Hyperionis astris | in matutinis lampada tollet equis») per essere entrambe personificazione del sole (si veda il passo citato di Comm. Arte Am. (D), nel quale «Titan», altro nome con il quale nel Medioevo ci si riferisce a Iperione, che era appunto un titano, è allegato tra i nomi di Apollo).
L’attribuzione al Petrarca è controversa sul piano stemmatico. Colpisce ai piani alti, la sua presenza in L41.2, codice che per un’altra parte della sua appendice di «disperse» è stato dimostrato sicuramente inaffidabile, a causa della preterintenzionalità delle sue ascrizioni all’autore dei Fragmenta (cfr. Salvatore, Le rime disperse, pp. 103-105); nei fogli d’interesse, tuttavia, il testimone attinge necessariamente il sonetto da altre fonti, e non può valere quanto notato per la silloge derivata da L41.17. Per contro, l’adespotia del sonetto verificabile in Am119, entro un agglomerato poetico avventizio stratificatosi con l’intervento di più mani, pone ulteriormente in bilico la questione, che tuttavia non può essere chiusa, dato il ritorno dell’assegnazione più nobile (ma anche più facile) nel collaterale Bc.
Contrastanti anche gli elementi che emergono dalla critica interna: se il verso incipitario sembra implicare un legame diretto con la corrispondenza sennucciana (SC030a, 9 «così son vago della bella Aurora»), presto ridottasi a un ramo non folto, e dunque probabilmente pochissimo diffusa alla fine del Trecento (L41.2 si data al sec. XV in.), e può dunque confortare l’ascrizione petrarchesca, è pur vero che il rapporto di dipendenza potrebbe essere solo apparente, assodato che il sintagma «bella Aurora» è già di Purg. II, 8, e sussistendo un altro testo con incipit quasi identico, Io son sì vago della bella luce, tradizionalmente assegnato a Cino da Pistoia (e da alcuni codici attribuito pure a Dante): la poligenesi non si può insomma escludere a priori. Difficile, d'altra parte, ammettere in un umanista attrezzato come il Petrarca la confusione tra Apollo, al centro della sua personale mitologia, e il padre mitologico di Aurora: quest’ultimo sembra un argomento decisivo per confutare i dati relativi alla paternità offerti dallo stemma.
2 l’aloro] la loro Am119
4 che ver’] ch’en uer Bc ~ corere] corepe L41.2
5 ch’io] Jo L41.2
6 sì li mei spirti] sì tutti i spirti (spir/i/ti Bo1(2)) Bc ~ mi descoloro] midesto loro L41.2
7 e dico – Lasso] Et lasso dico Bart
9 Pean] p(ro)meteo Am119 prometto Bc (-tto espunto → -teo intl. m. (e) Bo1(2)) penneio L41.2
13 de Fellis] defelix Am119 ~ le qual] iqual L41.2
14 lumera] sumera Bo1(5)