R159 [Sol. CLIX – A16**]

   Ècomadonacome voi volete,

io sento la mia vita che vie· meno,

 so 've fia il vostro isdegno pieno,

che à de la mia morte  gran sete.


   Maditemide l'òsa che farete,

gnude di ciò che prima i ricoprièno?

Diteporete a la vostra ira freno

o la cenere al vento giterete?


   No soma di vo' tegno tal credenza

che racoglier farete quele sparte

e ricoprirdi me forse piatosa.


   []i spero in qualche parte

e' faci de' mia fali penitenzia,

sentirà gioia l'anima angosciosa.


Testimoni:
R103, f. 50v: Soneto di mess(er) franciescho

Bibliografia: Solerti, Disperse, p. 222; Massèra, Rime, pp. CXXXIII,199; Proto [Recens. Massèra], p. 115; Branca, Rime1, p. 352; Bianchi, Petrarca, pp. 66-67; Vecchi Galli, Postfazione, p. 397; Lanza, Rime, p. 325; Leporatti, Sonetti attribuibili, pp. 218-219.

Schema metrico: Sonetto ABBA ABBA CDE DCE con rima imperfetta C

La lezione del codice al v. 3 neso nefia iluer isdegnio pieno fu corretta da Solerti, poi seguito da Branca, in «Né so se fia il vostro i. p.», e dal Massèra «Né so se fia il fer isdegno p.». Mi sembra plausibile lo scambio della forma abbreviata vostro in ver (meglio che in fer). È meno convincente supporre uno scambio di n per s in se; è comunissimo invece quello tra n e u/v indotto anche dal ne precedente: Né so ’ve, ‘né so dove, a che punto il vostro sdegno sarà colmo, soddisfatto’. Si accolgono a testo anche gli interventi, sempre del Solerti, ai vv. 7 vostra (ms. nostra) e 8 «porete a la vostra ira freno | o la cenere al vento giterete?» (ms. e), in questo secondo caso perché il porre freno all’ira da parte della donna si oppone al gesto supremo di sdegno che comporta l’immagine, che mi risulti mai prima sfruttata nella tradizione lirica volgare, di gettare le ceneri al vento (sarà un caso ma, stando alla banca dati dell’OVI , tra le rare attestazioni contemporanee per lo più in volgarizzamenti dai classici, si trova un paio di volte nel Filocolo: II 52, 3 «ch’ella sia arsa e fatta divenire cenere trita, e poi al vento gittata», e IV 130, 7). Per svista o per puntiglio puristico il Solerti aveva tralasciato l’arcaico pronome i al v. 6 e reso con faccia la forma facci del v. 14. Per la lacuna al v. 12 Bianchi ha supposto un originario [S’avvenga, com’]i’ spero, in qualche parte | e’ faccia de’ mia falli penitenza ecc., precisando: «“e” del v. 13 lo intenderei “eo, io”. “In qualche parte” equivale al nostro “un po’». Però potrebbe anche intendersi “e” da riferire a “isdegno” del v. 3, allora “i mia falli” sarebbero quelli che esso compì contro di me». Più o meno la stessa ipotesi è avanzata anche da Branca nel commento: «S’avverrà com’ o qualcosa di simile, si dovrebbe intendere: Se questo avverrà, com’io spero, in qualunque luogo io faccia penitenza dei miei peccati, l’anima sofferente proverà gioia». Sebbene la lacuna renda precaria l’interpretazione della terzina, si assume a testo e pronome (e’ faci) come soluzione più probabile. Si conserva la rima imperfetta 9 : 13 -enza -enzia.
3 ’ve] ne ~ vostro] uer
7 vostra] nostra
8 o] e
12 Seguono i vv. 7-8 del successivo son. 160: /soave e lieto ben tra mile fiori | del primo tempo insieme/