R194 [Sol. LXIX – A10**]

   Il mar tranquiloe produce· la terra

fiori ' erbetee 'l ciel queto girarsi,

gli ucei più che l'usato ralegrarsi

quando fuori Eol zeffiro dissèra,


   ò già vedutose 'l veder non èra,

vegio le dòne bele e vaghe farsi,

e le bestie ne' boschi acompagnarsi,

e pace e triegua farsi d'ogni guera;


   posarsi i buoi de le fatiche loro,

e bobulchi e pastor' soto alcuna ombra

cercare il fresco e riposarsi alquanto;


   ma ioche per amor mi discoloro,

a cui disio più che speranza ingombra,

riposare no pòso tanto o quanto.


Testimoni:
Ox6, f. 102r; R103, f. 59r: Soneto di mess(er) franciescho

Bibliografia: Solerti, Disperse, pp. 157-158; Massèra, Rime, pp. CXXXV, 192; Proto [Recens. Massèra], p. 116; Branca, Rime1, p. 351; Lanza, Rime, pp. 122-123; Leporatti, Sonetti attribuibili, pp. 223-225; Sapegno, Disperse, p. 611; Muscetta-Ponchiroli, Disperse, p. 581; Bigi-Ponte, Disperse, p. 341.

Schema metrico: Sonetto ABBA ABBA CDE CDE con rima imperfetta A per diversa resa grafica della consonante geminata

Due diffrazioni mostrano come i copisti abbiano reagito in modo diverso di fronte a espressioni difficili o facilmente equivocabili del testo: v. 4 R103 quando fuori cholzafir da sera, Ox6 q. che fuora el zeffiro dissera, sciolta ottimamente dal Massèra in quando fuori Eol zeffiro disserra, cioè ‘quando Eolo libera il vento zefiro’, osservando che «le storpiature corrispondenti chol di F19 ed el di O1 permettono di ripristinare Eol», calco di Purg. XXVIII 21 «quand’Ëolo scilocco fuor discioglie» (con analoga casistica di errori nella tradizione stando all’apparato Petrocchi), da cui anche Ts III 27 «Non escon delle sicule caverne, | allora ch’Eol l’apre, sì furenti | […] li rabbiosi venti» (Solerti: Quando Zeffiro fuori si disserra, forse memore di Par XXIII 40 «Come foco di nube si diserra», ma nei testimoni non è traccia del pronome riflessivo); v. 10, Ox6 bochulchi e R103 bolchi corr. su chanpi (forse una glossa incorporata per errore a testo), per bobolchi, con rinvio dei commentatori alle «buone bobolce» dello stesso canto del Par, v. 132 (Solerti bifolchi come in Rvf 323, 41). Più problematica la questione della terzina finale, dove i due codici presentano una diversa lezione, addirittura alternativa nel verso finale. Eccole a confronto:

Ox6       Ma so che per amor me descoloro
             echui disio piu cha sperança engombra
             modo trovar non posso conl mio pianto.

R103      ma io che peramor midischoloro
              alchun disio piu che speranza ingonbra
              cheriposar noposo tanto oquanto.

Con gli editori precedenti, si può accordare la preferenza a R103 al v. 12, Ma io (Ox6 Ma so) per la tipica contrapposizione tra le entità enumerate in precedenza che con l’avvento della primavera trovano quiete e l’‘io’ del poeta che al contrario continua a tormentarsi (per es. Bocc., Rime II 9, Rvf XXII 37, ma già Et io con lo stesso valore avversativo al v. 7), e in Ox6 al v. 13 e chui (difficilior rispetto a alchun, generico indefinito che attenua la forza dell’affermazione rispetto all’altro termine comparativo speranza, e pone anche problemi di sintassi nel contesto). Difficile invece dire a quale delle due lezioni del verso finale dare la priorità. Quale potrebbe essere stata la molla che ha indotto un copista a modificare il testo a suo piacimento? Forse una lezione come cheriposar con il che ripetizione di 12? Oppure la ripetizione in rima di 11 alquanto e 14 tanto o quanto? Tenendo presente che il sonetto è adespoto nel primo testimone e attribuito a Petrarca nel secondo, e quindi guardandoci dal restringere l’analisi all’alternativa fra questi e Boccaccio, si rileva che nel Fs c’è un verso molto simile a questo nella ‘versione’ di R103 (con presenza anche della rima in -anto): V 23 «– O Pandar mio, – disse Troiolo, fioco | per lo gridar e per lo lungo pianto – | che farò io ?, che l’amoroso foco | sì mi comprende dentro tutto quanto, | che riposar non posso assai né poco?» (: tanto). A questo si aggiunga almeno che, per Boccaccio e con lui per tanti rimatori meno esigenti di Petrarca, non è un problema neppure la quasi identità della rima (e si noti anche la ripetizione di 9 posarsi, 11 riposarsi, 14 riposar: ripetizione meccanica o insistito parallelismo?): cfr., per es., il distico finale ancora di Fs IV 44, «null’altro faccendo | che pianger forte, dimoraro alquanto, | sanza parlar nessuno o tanto o quanto». Bisognerà quindi seguire la lezione di R103 correggendo cheriposar in riposar[e]. Riesce più difficile immaginare una ragione per la dinamica opposta Ox6 → R103. Al v. 1 si accoglie da Ox6, come già Solerti, la congiunzione (non la forma del predicato, forse per erroneo scioglimento del compendio, eperduçer), che trova un qualche riscontro nell’inaccettabile che di R103: Il mar tranquillo e produce· la terra (conservando l’infinito ‘narrativo’ producer come girarsi e rallegrarsi dei vv. 2 e 3). Al v. 8 si segue, come già Branca, R103 «e pace e triegua» ( ‘sia... sia...’), contro l’equivalente Ox6 oo (Solerti e Massèra eo). A sua volta Ox6 presenta un errore, ai vv. 5-6 «ò già ueduto, e se ’l uero non èra | ueder le dòne» ecc. (se ’l vedervegio), e alcune varianti adiafore: 2 fiori et erbete (fiori ’ erbette), 3 e gli uçei alegrarsi ( e gli ucelliralegrarsi). Per quest’ultimo verso, si adotta la lezione già proposta da Solerti, «gli ucei più che l’usato ralegrarsi», corretta dal Massèra e dagli altri editori in «gli uccelli più che l’usato alegrarsi».
1 e] che R103 ~ produce] perduçer Ox6
2 fiori ’] f. et Ox65
3 ucei] ucieli R1103 ~ che] cha Ox65 ~ ralegrarsi] alegrarssi Ox6
4 fuori Eol zeffiro dissèra] che fuora el zeffiro dissera Ox65, fuori cholzafir da sera R103
5 se ’l veder] esel uero Ox6
6 vegio] ueder Ox6
8 e… e] o… o Ox6
9 de] da Ox6
10 bobulchi] /chanpi/ → soprascr. bolchi R103, bochulchi Ox6
12 io] so Ox6
13 a cui] echui Ox6, alchun R103
14 modo trovar non posso conl mio pianto Ox6 ~ riposare] cheriposar R103