R328 [Sol. CXCVI]

   Quando comincia a rischiarir le strade,

le qual' per Climen fûr già mostre al figlio,

sentome d'onne parte dar de piglio

dai bei pensier d'amorche  me trade.


   Cosìper fin ch'a ocidente cade

el gran pianeto dal viso vermiglio,

sperando vivo altro consiglio

le dolce pene mai dal cor mi rade.


   E poi nel tempo che la bella cerva

a noi più del suo lume manifesta,

che forse a Orïon fu poco a grato,


   l'immagine fallace più mi desta,

 ch'io non ho  mai averò buon stato,

fin che d'Amor non fie mia donna serva.


Testimoni:
r (Am119 f. 122v; L41.2, f. 47rb: M(esser) F(rancesco) P(etrarca); R103, f. 92v: Soneto di mess(er) franciescho)

Bibliografia: Solerti, Disperse, pp. 247-248; Barber, Disperse, pp. 44-45.

Schema metrico: ABBA ABBA CDE DEC

Il sonetto svolge il tema della costante sofferenza dell’amante, fin quando la donna non si mostrerà condiscendente, costruito su due perifrasi mitologiche per indicare gli estremi del giorno, l’alba e la notte, incomprese in tutto o in parte dai copisti. Può essere considerato congiuntivo l’errore comune ai tre testimoni (r) al v. 11 heric(h)on probabilmente per Orïon(e) (il gigante a cui fu fatale l’amore di Artemide-luna, allusa metonimicamente con l’animale a lei sacro, la bella cerva del v. 8, che di notte a noi più del suo lume manifesta). Stiamo con la lezione maggioritaria al v. 12 L41.2 Am119 immagine fallace (nel significato dantesco di ‘immaginazione, fantasia’: per es. Par I 53 e XXIV 26), R103 l’imaginar f. (di per sé pure autorizzato da Dante, Vita Nova: Donna pietosa di novella etade v. 65 e nella relativa prosa 14.15 lo fallace imaginare), e ai vv. 2, 4, 5, 6, 13. Seguiamo il manoscritto base L41.2 al v. 1 rischiarir contro richiarir R103 inchiarir Am119 e per la forma 14 fie, altri fia. Per il resto si hanno errori e lezioni singolari soprattutto di R103: v. 2 erimi al posto di L41.2 Climen, che si spiega forse da una forma con rotacismo *crimen (è l’altra perifrasi per l’alba, con allusione al mito di Fetonte, figlio di Climene e del Sole, in accordo a Ovidio, Met. II 47-324 e attraverso la mediazione di Paradiso XVII 1-3: l’espressione andrà intesa come un generico ‘le strade – del cielo – a cui Fetonte fu indirizzato dalle assicurazioni della madre che lo portarono a chiedere al padre di guidare il carro con le tragiche conseguenze che ne seguirono’); al v. 3, dove la sintassi resterebbe sospesa col gerundio sentendo (Am119 L41.2 sentome); v. 12 fallare (Am119 L41.2 fallace); v. 13 ipom. per l’omissione di mai. Am119 si distingue al v. 11 che forse ad hericon fu poco grato e L41.2 presenta un errore al v. 8 dalor mi(n)rade per dal cor mi rade. Il raro schema delle terzine CDE DEC è attestato in Rvf 95.
1 comincia] chomincian R103 ~ rischiarir] i(n)chiarir Am119 richiarir R103
2 Climen] erimi R103 ~ al] a R103
3 sentome] sentendo R103
4 dai bei] dabe R103 ~ che sì] siche R103
5 a] al R103
6 dal] del R1103 ~ viso] uso L41.2 ~ vermiglio] umilio R103
8 dal cor] dalor L41.2 ~ mi rade] mi(n)rade L41.2
11 a Orïon] ahericon L41.2, aderic(h)on Am119 R1103 (cfr. r) ~ a(grato)] om. Am119
12 imagine fallace] immaginar falare R103
13 mai om. R103 ~ averò] auoro L41.2, aro R103