ES19

   Che giova a navicar contra fortuna

da vento che ss'arrendi e che rinfreschi?

Che giova innanzi tempo che l'uom peschi

dove l'uom del pescar spesso ci ha scuma?


   Che giova in acqua overo in fredda brina

acender fuoco con zolfano o esca?

Che giova inn arte che sottile invisca

sol col pensier aver cura veruna?


   Giovane†al cuor a quando† speranza

avisa che dal cor gentil non mai

partesi Amorche sempre, [asuo bilanza


   render più giustade' servire assai:

quanta la gio' chesuo fruttoavanza

se a tempo e loco tu giugner la sai!


Testimoni:
As2, f. 23v: Sonetto dimess(er) franciescho petrach(i).

Bibliografia: Debenedetti, Per le disperse, p. p. 100.

Schema metrico: Sonetto ABBA ABBA CDC DCD, con rime imperfette nelle quartine.

Sfuggente è il nesso logico che traghetta il passaggio dalle quartine alle terzine. Nelle prime, a fronte di un senso generale limpido, sul tema triviale dell’inanità delle fatiche senza risultato, al v. 2 la lezione del ms. si può leggere dubitativamente chessariendi o chessarrendi. Escludo un emendamento che s’aciendi, con senso contrastivo rispetto a quello successivo che rinfreschi, teso a dare al verso un’interpretazione del tipo “un vento torrido o un vento gelido”: rinfrescare suggerisce una temperatura gradevolmente moderata, non già una tempesta, e nel corpus OVI, con notevole frequenza in Boccaccio, fresco e rinfrescato si dicono anzi di vento favorevole alla navigazione (Filocolo L. 3, cap. 49 [325.32]; L. 4, cap. 74 [460.3]; L. 5, cap. 3 [552.21]; Teseida L. 2, ott. 18 v. 1 [302.25]; Decameron II, 7 [126.21]); non è d’altronde attestato il sintagma «fortuna da vento» che ne risulterebbe, ma solo quello «fortuna di vento». Conferendo al da come un valore di provenienza, propendo quindi per che s’arrendi, “provenendo da, spinti da un vento arrendevole e mite, una fresca brezza” (per il cong. 3a pers. sing. in -i vd. Rohlfs §555).
Facile intervento è quello a v. 4, chaschuma > ci ha scuma ossia “schiuma”, e non ci distrarrà che Debenedetti leggesse nel ms. un inesistente costuma; riduzione ovvia si ha anche al v. 6 con zolfano o con esca > con zolfano o esca.
È irrisolto l’incidente del v. 9, nel cui margine destro, accanto al comma con cui marca la fine di ciascuna riga, il copista ha aggiunto pēsã a, “pensar a”. Apparentemente si tratta di un’integrazione, ma non vi corrisponde alcun segno di rimando entro il verso: la porzione di testo sospetta è verosimilmente al cuor, poiché l’occhio dello scrivente potrebbe esservi stato indotto dall’occorrenza subito dopo, a v. 10 in posizione simmetrica, del sintagma gemello dal cor. Ed effettivamente al cuor a quando non dà senso alla frase; ma resta il fatto che in tale luogo, come in qualsiasi altro contiguo, l’innesto del segmento pensar a non solo non è risolutivo della difficoltà, ma non pare pertinente affatto.
A v. 12 l’infinito render non retto da nulla, che fa inciampare il già involuto giro sintattico, richiede l’indispensabile integrazione di una preposizione, [a] suo bilanza, “per rendere più giusta la sua bilancia”, con a con valore finale (GIA, p. 870). Alla fine dello stesso verso si potrebbe anche scegliere di non frammentare la sintassi, e assegnare a assai | quanta funzione di correlativi (“devi servire tanto, quanta è la gioia”): ma un riscontro con Neri Visdomini (canz. 3, v. 43 [68.4]: «quanta gioia v’avanza | de l’amor che più vale!») scioglie il dilemma, invitando a concludere il periodo e a rendere i due versi successivi autonomi e con valore esclamativo.
Non mi sembra possibile attribuire al v. 13 un senso persuasivo, se non unicamente intendendo suo frutto come un inciso: “la gioia che (sogg.) avanza il suo frutto (ogg.)”, o “la gioia che (ogg.) il suo frutto (sogg.) avanza” infatti non soddisfano, perché il frutto non può avanzare la gioia o viceversa, essendo la gioia essa stessa il frutto della servitù amorosa; d’altra parte sancire questa identità con una lezione la gioia, ch’è suo frutto renderebbe agrammaticale il resto del periodo.
Le rime sono imperfette, e irriducibili a regolarità, per tutte le quartine: la rima A è una : uma : ina : una, la rima B è eschi : eschi : esca : isca. Tali i presupposti, sarebbe gratuito voler sopprimere la dialefe fra atone al v. 13 frutto ˇ avanza, aggiustatura che pure sarebbe agevole con un gio[ia] bisillabo.
2 che ss’arrendi] chessariendi
4 ci ha scuma] chascuma
6 o esca] o chonescha
9 + mrg. pensar a