SP105

   Onni fortuna chiamain cui si vede

l'alta corona che subiugò già il mondo;    +1

disgombra te da l'aspro e grave pondo,

che del cibo di Grasso ti farà erede;      +1


   guarda quanti pupilli chiaman mercede   +1

al bel giardin del tuo poder giocondo

che lor discavi del turbido fondo

de l'empia servitude a ccui si vede;


   reprendi anchor la dritta spada in mano

e fa che Roma suo figliuol ti dica

e tutto l'altro mondo Imperadore:


   se ciò faraiel tuo sommo valore

rigistrar si potrà in ampia rubrica

e non si leggierà il tuo nome in vano.


Testimoni:
Pr1, f. 14r.

Bibliografia: Solerti, Disperse, p. 178; Costa, Il codice parmense, p. 75; Ducoli, Varia casistica, pp. 19-21.

Schema metrico: sonetto ABBA ABBA CDE EDC.

Il testo è tramandato dal solo Pr1 con una serie di mende di natura prosodica: le vocali soprannumerarie del v. 6, giardino e podere, sono i soli elementi sui quali si possa intervenire, come già i precedenti editori Costa e Solerti, sostituendo a testo alle forme piene quelle apocopate. Si dispone invece solo di soluzioni probabili per una serie di ipermetrie che non sarà il caso di offuscare, data l’unicità della testimonianza. Al v. 2, l’alta corona che subiugò già ’l mondo, potrebbe essere ripristinata la regolarità del computo sillabico espungendo già; sostituendo al futuro farà il presente fa si potrebbe invece risolvere la misura del v. 4. Più problematico l’intervento sul v. 5 guarda quanti pupilli chiaman mercede, per il quale il Solerti proponeva guarda i pupilli che, un po’ troppo oneroso. Si avrebbe la tentazione di postulare l’apocope pupil’, partendo dal tipo analogo fanciu’ (pl.), tre volte attestato nel Centiloquio del Pucci (XXXVII, terz. 92; XLVI, terz. 72; LXXXVII, terz. 28), ma la forma non risulta altrimenti attestata. In mancanza di proposte risolutive, stante anche il silenzio del Totti sull’attribuzione, si è scelto dunque un atteggiamento prudentemente conservativo per rispetto al testimone. A dispetto del registro solenne, d’altronde, le imprecisioni prosodiche fanno il paio con qualche asprezza sintattica: al v.1 in luogo della congettura di Solerti Omai figura Onni del testo tràdito (imprecisa la trascrizione di Costa Omni): la lezione implica un periodo sintatticamente e semanticamente più duro e impacciato, per la doppia natura dell’accordo dell’ogg., logicamente plurale, Onni fortuna, con la personificazione singolare di Fortuna, ma è lezione comunque accettabile e che va per questo precauzionalmente accolta. La proposta più conservativa garantisce inoltre un dettato più coeso, attestando un’incondita ma ambiziosa elaborazione retorica, con i due verbi posti in chiasmo (… chiama; disgombra…) da riferirsi al destinatario del testo. Problemi sintattici entro una struttura retorica complessa si registrano anche nell’ampio periodo dei vv. 5-8: se conformemente agli usi dell’italiano antico non preoccupa l’omissione dell’accordo dell’impers. si vede, con ogg. i pupilli del v. 5, più difficile è giustificare la struttura dativale del relativo a ccui (ʻin cuiʼ), che si è scelto di mantenere a testo coerentemente con le altre scelte imposte dalla qualità della testimonianza.
Buone le proposte del Solerti per sanare i due guasti presenti nel testo. Al v. 9 la dritta (< ditta) spada, desta qualche sospetto per una certa ridondanza, e le si potrebbe contrapporre l’ardita, parimenti plausibile sul piano eziologico (< la ditta < ladita, con caduta del titulus tremulatus), e recante una iunctura più ricercata; stante però l’adiaforia tra le due scelte, è senz’altro preferibile porre a testo l’intervento meno invasivo rispetto alla lezione tràdita. Economicissima la divinatio rubrica < richa (v. 13), che si spiega come errore di trascrizione dell’abbreviatura rica con asta inferiore della r tagliata, che si scioglie comunemente in tal modo. Compatibilmente con la patina lucchese del testimone, merita anche di essere recuperata la forma sonorizzata Grasso (Crasso), respinta dall’ultimo editore, ma attestata anche in area bolognese (il Corpus TLIO offre un esempio nel commento del Lana).
Il testo segue, privo di qualsiasi indicazione, la terna di sonetti antiavignonesi RVF, 138, 136, 137, i quali sono invece tutti accompagnati dalla sigla «S(onetto) di m(esser) F(rancesco) P(etrarca)» e dalla rubrica «Co(n)tro alla lorda vita de chiericj e ghouernatori della chiesa di roma ma(n)d[ato] p(er) luj apriori egho(n)falonierj di della citta difirense» (con minime variazioni). Pur sugellando visibilmente una microsequenza accomunata dall’argomento politico, va esclusa la volontà del copista, sempre disponibile a dichiarare la paternità dei testi raccolti, di attribuire il sonetto al Petrarca, come ha già rilevato la Ducoli (pp. 19-21).
[Dario Pecoraro]
9 la dritta] la ditta
13 rubrica] richa